“Chiediamo un intervento urgente e serio delle Istituzioni europee rivolto a chi non rispetta le regole e pratica concorrenza sleale. Non accettiamo all’interno dell’Unione Europea  la concorrenza scorretta  di Paesi  che commercializzano, attraverso una grandissima piattaforma logistica,  uva da tavola egiziana creando un danno enorme ai nostri produttori che sostengono costi decisamente superiori rispetto alle nazioni del Nord Africa”.  Il presidente della Confederazione agricoltori Sicilia Orientale, Giuseppe Di Silvestro  interviene sull’allarme lanciato nei giorni scorsi dalle organizzazioni di produttori  sui venti di crisi che soffiano sulla campagna dell’uva da tavola, chiedendo al Governo di tutelare la produzione italiana.

In Sicilia  il danno per il tessuto economico è ingente, ed in particolare nel territorio etneo sono tanti i produttori di uva da tavola associati al Consorzio di Tutela di Mazzarrone Igp, con 9000 ettari di produzione a marchio e al Consorzio Uva da tavola di Canicattì Igp che interessa anche alcuni comuni delle province di Agrigento e Caltanissetta.

Il presidente di Cia punta l’indice contro l’Olanda che nelle ultime settimane ha invaso il mercato europeo dell’uva da tavola con frutta proveniente dall’Egitto, venduta ad un prezzo decisamente inferiore rispetto a quella italiana grazie ai bassi costi di manodopera. “Occorre un segnale forte per contrastare una pratica che crea danni alle aziende siciliane che devono fare reddito per poter far fronte agli alti costi di produzione- ribadisce Di Silvestro – Durante la pandemia la frutta siciliana, soprattutto gli agrumi, è stata apprezzata dai consumatori segno che la qualità è particolarmente alta. Adesso arriva la mazzata a tutto danno dei produttori”.

 

Da parte sua Giovanni Raniolo, presidente del Consorzio di Mazzarrone (nella foto) , sostiene: “Il 2020 è il terzo anno consecutivo di crisi per il comparto uva da tavola. A maggio abbiamo avuto richieste e prezzi abbastanza sostenuti. Ma tutto è cambiato con l’arrivo del prodotto egiziano che quest’anno ha avuto un notevole ritardo, concentrandosi a giugno invece che a maggio, creando un’offerta abnorme sui mercati ed esautorando il prodotto italiano. A causa del Covid quest’anno, inoltre, i nostri costi sono aumentati per mancanza di manodopera e altri fattori. Inoltre abbiamo dovuto sostenere le spese  del distanziamento nei magazzini con turni in aggiuntivi, separatori e tutte quelle procedure nel rispetto della salute del personale impiegato.  Già, perché in Italia le regole si rispettano e la salute ha ancora un valore irrinunciabile, sul posto di lavoro come a tavola. A giugno,  quando eravamo pronti con le produzioni più massive abbiamo dovuto registrare una pesante perdita della domanda di oltre il 40%, con la conseguente impossibilità di vendere  il prodotto. Basti pensare che nello stesso momento avevamo sui mercati europei uva, in particolare quella seedless,  siciliana, pugliese, spagnola ed egiziana. In questo momento viviamo momenti difficili in cui non si salva nessuno, si tratta solo di onorare le forniture e di gestire le perdite. Con un prezzo alla produzione di 0,60 – 0,70 Euro/kg, non possiamo competere con un prodotto già lavorato allo stesso prezzo e, peggio ancora, non possiamo neanche coprire le spese per la campagna. I mesi del Coronavirus hanno dato, come mai nessun altro periodo storico prima, la certezza che il consumatore italiano ed europeo ama i frutti della terra siciliana. Questo meccanismo virtuoso però è stato spezzato  dalle solite logiche viziose di un mercato che, nel gioco delle fiscalità, nella ricerca del prezzo ad ogni costo, da una parte impone il rispetto delle regole e dall’altra le aggira. Adesso è arrivato il momento di imparare a capire come difenderci da alcuni meccanismi che la stessa UE permette in parte al suo interno e anche al suo esterno, salvo poi pesare sugli anelli più deboli della nostra filiera ortofrutticola con restrizioni insostenibili”.

raniolo

 

 

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