C’è una musica che dilata il tempo dell’attesa in “Un momento difficile”, l’atto unico firmato da Furio Bordon, co-prodotto dagli Stabili di Catania e del Friuli Venezia Giulia, in scena sui legni del Teatro Verga, ultimo spettacolo del cartellone 2017-18. Un tempo  ilarotragico che si misura con i ritmi esatti di un ticchettio d’orologio sulla veglia di un figlio al capezzale della madre malata di Alzhaimer.

E’ il il pietoso protocollo dell’assistenza domestica – l’ordine delle medicine sul comodino; l’iniezione; il pannolone; il calcolo preciso di bugie e verità da dosare – cui il protagonista si dedica con una partecipe apprensione e con la malcelata stanchezza dell’abitudine e della rassegnazione. Con “Un momento difficile” Bordon ritorna a Catania dopo “Le ultime lune”, l’atipico monologo lungo il quale il protagonista – allora, uno straordinario Gianrico Tedeschi, candido e anarchico, brontolone e malinconico, lunatico e senilmente “mercuriale” – oscillava, aspettando il trasferimento in una casa di riposo, confortato solo dalla presenza immaginaria della compagna ormai scomparsa con cui discute dell’amore che li ha uniti e della morte che lo attende.

Qui, invece, la malattia dell’anziana madre assume una funzione centripeta sprigionando, di riflesso, anche il censimento di una vita, il senso dei rapporti familiari, soprattutto quelli con lo stesso figlio. E’ uno spettacolo che la rispettosissima regia di Giovanni Anfuso, complice un affiatatissimo cast, prende per mano proprio a partire dall’assunto per il quale i figli diventano genitori dei propri genitori: il regista catanese infatti lascia al testo una autonomia – magnificamente sorretta ora dal taglio netto della scena (di Alessandro Chiti), ora delle luci (a cura di Gaetano La Mela), veri e propri fendenti cromatici da cui incalzano i fantasmi del passato – per individuare le loro contraddizioni, i loro rimpianti, i tanti momenti esilaranti e teneri: tutta la forza insomma che si sprigiona da un vissuto comune, ma irrimediabile e lontano.

Alla quotidiana degradazione della demenza della madre (Ileana Rigano ne offre un ritratto tenero e impetuoso ad un tempo) si sovrappone così la sua imago da giovane (Debora Bernardi risplende del fascino e del giovanile impeto del personaggio) in un accavallamento temporale impossibile, una di quelle inversioni che si concepiscono solo nei vaneggiamenti. Già: chi ricorda cosa?

Le due madri, quella del passato e la presente, si accavallano, i loro dialoghi si intramano, fino quasi a sfiorarsi, nel ricordo del figlio, ripercorrendo le loro storie, testimone pure il giovane padre morto precocemente, ma evocato dalla memoria (Francesco Foti ce ne restituisce tutto lo charme). Ognuno di loro, così come il figlio – “geloso da bambino e spione da vecchio” – è chiamato a giustificare le proprie azioni di una volta, le piccole e delicate follie, i tradimenti lungo un inarrestabile, oscillante flusso temporale.

Ed il teatro diventa il luogo ideale in cui i morti acquisiscono la stessa densità esistenziale dei vivi, il “tempo misto” si coagula in parole e gesti, si fa cassa di risonanza dei loro reciproci rimproveri, dei giudizi inappellabili, delle ferite date ed inferte: “non esiste – ricorda il figlio alla madre – un’età per il dolore: soffri e basta!” Così come il tempo dilatato della malattia permette ai protagonisti la fuga dal cupo spazio di una camera da letto che odora di morte.

Questo spettacolo insomma – come “Le ultime lune” – è una splendida riflessione de senectute, che evita le facili derive larmoyant; in cui i dialoghi sono tesi come corde e l’ironia frizzante e tagliente; nel quale la concitazione delle parole e le stimmate della pazienza si incarnano perfettamente nel protagonista (l’interpretazione di Massimo Dapporto scavalca ogni finzione per restituirci una testimonianza toccante e vera). La surreale scena del finale – una sarabanda di parole e note (le musiche originali sono di Paolo Daniele) tanto più sfrenata quanto più si avvicina la resa – vale come una comune assoluzione che anticipa il momento più difficile, quando sussurrano i rintocchi dell’orologio, ormai esausto e infine tacciono.

Poi il tempo si ferma per sempre, fino allo smarrimento della perdita, del vuoto assoluto ed incolmabile di quelle due sillabe – mamma – ripetute all’infinito.

bordon

Leave a comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato.