Dieci racconti brevi, dieci tracce psicologiche, dieci stanze anguste nelle quali il lettore è invitato a scoprire lo scarto tra apparenza e realtà che ogni vita nasconde. I dieci “Schizzi” che compongono il nuovo libro di Maria Giovanna Augugliaro (edizioni “Prova d’Autore”, 2018), si rivelano subito per essere da un lato un necessario percorso individuale, teso a scavare nella memoria per trattenerne l’essenza e svelarne il mistero, dall’altro una sfida al lettore affinché colga gli indizi che – dentro ogni storia e tra i loro rimandi interni – custodiscono il messaggio sottinteso dell’autrice: la vita, in fondo, è sempre più grande di ciò che sembra.schizzi

Cercare “La chiave dell’enigma”, come non a caso titola uno dei racconti, è in fondo spingersi al di là della “sconfinata superficie” di ogni storia, risolverla andando alla ricerca della verità che rende possibile spiegare persino il dolore.

E se può essere l’amore, questa chiave, bisogna pur saper comprendere che esso può avere ben più di una faccia: l’amore per ciò che come un dono improvviso ci salva la vita, come nella struggente allegoria della “Seduzione della parola”, ma anche quello che nutriamo per noi stessi quando ci aggrappiamo al futuro nonostante l’aridità del presente – “l’oceano trasformato in deserto” -, quello per i ricordi da custodire ad ogni costo, quello che – finendo con un abbraccio – si conserva in eterno.

La verità dunque, innanzitutto, e poi ancora l’amore rubato, la memoria, la speranza, disegnano la spina dorsale della narrazione che procede per tratteggi, per “schizzi colorati su una tela vuota”, come anche la copertina disegnata da Toti Contrafatto ben suggerisce: schizzi di persone e di incontri, di silenzi che durano secoli e di poche parole che li redimono, di solitudini ineluttabili, attese sfiancanti, domande brucianti, ma poi anche di coraggio, consapevolezza, autodeterminazione.

Così nei primi racconti del libro – “un uomo e una donna, o meglio una donna e un uomo, colti nel punto in cui giunge a conclusione un rapporto affettivo”, quando “passato e futuro si condensano nel momento della svolta” – le protagoniste femminili, tante donne che potrebbero in fondo essere la stessa donna, si rivelano implacabili nello smascheramento di questi inganni, intransigenti alla fine persino con se stesse, ma solo per aprirsi ostinatamente una nuova prospettiva di autenticità e di bellezza. E così pure nei successivi, di fronte alla malattia e persino allo spettro della morte, il tono narrativo si fa più cupo ed esistenziale ma allo stesso tempo scioglie più apertamente il nodo di una irrinunciabile speranza.

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