MISTERBIANCO. In nome del padre. Al di là della convincente messa in scena de “Stelle già al tramonto” si snoda la doppia intenzione della regista Anna Aiello: il commosso ricordo del padre Pietro e la riflessione sulla figura rivoluzionaria di Cristo che Fabrizio De Andrè, con l’intenzione di “salvare il cristianesimo dal cattolicesimo”, aveva condensato sulla scia della lettura dei Vangeli apocrifi nella  “Buona Novella” (1970), il concept album a al quale il Teatro Siderurgico si è ispirato per questo suo ultimo allestimento.
Certo, mettere mano ad un capolavoro del genere offriva una gamma di rischi quasi incalcolabili: ci si poteva infatti o adagiare su una filologica (e tutto sommato inutile) riproposizione – e davvero non se ne può più di presunti epigoni che smusichettano con sicumera (l’opposto di quello che hanno fatto, tra i tanti, la P.F.M. e i Modena City Ramblers) – o, peggio, su una rilettura “moderna” (notevole, per esempio, il “Racconto per un Cristiano comune” del Teatro dei Pazzi) di un’opera difficilmente adattabile e perfettibile.
Ma dietro le scelte registiche si muovevano appunto motivazioni intime e affettuose e questo ha certo fatto la differenza: il De Andrè che “risuonava – scrive nelle note di regia – in tutta la casa e per tutto il cuore” deposita il suo pathos anche su “Stelle già al tramonto”.
Inoltre le scene che Melo Melia e Alfiotano Costanzo hanno realizzato per le scene dell’Auditorium “Mandela” hanno per fortuna evitato ogni spettacolarizzazione, offrendo una semplice e spoglia profondità (sottolineata anche dai costumi di Rosy Bellomia) in cui musicisti e personaggi si sono amalgamati senza che gli uni prevalessero sugli altri. Suddiviso in quattro quadri – Le donne di Gerusalemme; il suono del martello; le piume di Pilato; “Tutti morimmo a stento” (che è poi il titolo del secondo, storico album di De Andrè) – “Stelle già al tramonto” è una lucida e accorata meditazione sulla Via della Croce che si dipana per una metaforica Gerusalemme “dalle stelle spente”, eternamente e tragicamente attuale.
Nel breve e conciso arco di un’ora il Teatro Siderurgico, tra musiche e testi – cui si aggiungevano quelli della stessa Anna Aiello – ha restituito uno spettacolo denso e corale, entro il quale emergono anche le individualità di tutti gli interpreti: l’accorata resa di Rosa Lao nei panni di Maria, figura su cui converge la prospettiva di tutto lo spettacolo (e che presta anche una voce convincente ad alcune canzoni); del misuratissimo Gianni Zuccarello in quelli tormentati di Giuda; di Alberto Abadessa (che tratteggia un Cristo umano e dubbioso) o di Pippo Gullotta (un Pilato e burocraticamente sfuggente); dello stesso Alfio Costanza, (il cinico e rude falegname-carnefice) e degli altri: Eva
Nicotra, Dina Palmeri, Rossella Di Natale, Filippo Di Natale (un vigoroso San Giuseppe), Grazia Longo e Agata Valeria Di Prima. A fondere movimenti e voci -textus vero e proprio di tutto lo spettacolo – gli arrangiamenti musicali dalla  “Buona Novella” firmati dagli Archinuè (nella foto): e la voce di Francesco Sciacca non ha bisogno di scimmiottare De Andrè: possiede una personalità che piuttosto ne interpreta l’aroma, la profondità e il pensiero.
La svestizione della scena finale, allora, diventa uno svelamento: rimangono, dietro le maschere e i costumi, dietro la “finzione” dello spettacolo, i dubbi di chi sceglie continuamente di “licenziare” il Dio lontano delle apoteosi per abbracciare un Cristo umanissimo: vicino e dolente.
archinuè

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