Anche il cartellone del Teatro “Bellini” omaggia Gioacchino Rossini a 150 anni dalla sua scomparsa. E lo fa nel modo più accattivante – e meno canonico possibile – accogliendo il pirotecnico “Rossini Ouvertures” (nella foto) della Compagnia dello “Spellbound Contemporary Ballet” di Mauro Astolfi, regista e coreografo. E la nera figura che si aggira contorcendosi sul palcoscenico – prima che il sipario si schiuda – non è altri che il demone stesso del compositore pesarese, ondivago e contradditorio, genio ipocondriaco e umorale.
L’azzardo di Astolfi e dei suoi nove danzatori – Alice Colombo, Maria Cossu, Fabio Cavallo, Mario Laterza, Giovanni La Rocca, Giuliana Mele, Caterina Politi, Giacomo Todeschi, Serena Zaccagnini – riesce a meraviglia, declinando “Rossini Ouvertures” tutti i temi rossiniani: ironia e amore, pathos e tragedia.
E non deve certo sorprendere nemmeno il connubio Rossini-danza se anche il regista canadese Marshall Pynkoski ne ha sottolineato il ruolo significativo nella messinscena (che porterà la sua firma) della “Ricciardo e Zoraide”, opera giovanile di Rossini, il prossimo agosto al San Carlo di Napoli.
Dunque uno spettacolo suggestivo, eccentrico, non certo una performance didascalica: vi si affollano armonicamente le luci e le ombre che le note rossiniane sprigionano e sulle quali i corpi ricamano – su un evidente humus classico – la composta leggerezza e la imprevedibilità della danza contemporanea. Al centro del palcoscenico, un enorme armadio scomponibile a più ante – vera e propria scatola delle meraviglie e metafora della versatilità rossiniana – che sforna danzatori e oggetti di scena, nascondiglio e finestra ad un tempo, labirinto felice dentro e attorno al quale vortica il Ballet.
Sulle celeberrime sinfonie eseguite dal vivo dell’Orchestra del Teatro diretta da Antonino Manuli che ha reso perfettamente la brillantezza ritmica delle partiture – “Il barbiere di Siviglia” , il “Turco in Italia”, “Tancredi”, “Il Signor Bruschino”, “La Cenerentola”, “La gazza ladra”, “Guglielmo Tell” – i nove hanno dato vita ad ora ad una civettuola atmosfera di complice sensualità ora ad una dionisiaca e trascinante anarchia di movimenti e di fughe, per interrompersi prima per la cavatina di Figaro “Largo al factotum”, affidata alla voce di Francesco Auriemma
(baritono) e successivamente per quella dolentissima – “Fac ut portem”- dallo “Stabat mater”, del mezzosoprano Martiniana Antonie, l’uno e l’altra cantanti solisti provenienti dall’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” del Rossini Opera Festival.
In una sarabanda di bianchi drappeggi, e di piccoli, perfetti tableaux vivant, di vezzi e vortici, alla
fine, dietro una tavola imbandita (erano forse i suoi “tournedos”?) è lo stesso Rossini- deus ex machina e gourmet sopraffino – a materializzarsi, pronto a divorare pure l’ovazione che sale da un Bellini che pullulava sì di un pubblico giovane e giovanissimo, ma non sempre attento ad un richiamo che è parso, davvero, irresistibile.
rossini

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