E’ tutto così luminosamente oscuro nella “Lunga giornata verso la notte”, il capolavoro di Eugene O’Neill prodotto da “Tieffe Teatro”, che lo Stabile etneo ha presentato sui legni del “Verga”.
Storie di ordinaria disgregazione, dell’inarrestabile discesa agli inferi della famiglia Tyrone, tra figli che “complottano” e genitori distanti ed inquieti: tutti troppo presi dai loro personali demoni. Il drammaturgo americano distrugge l’archetipo americano della “happy family” (la sua compresa) nel quotidiano dramma di quattro personaggi che si aggirano sul palcoscenico – un interno anonimo e spoglio – ora come belve ora come fantasmi: James (lo stesso regista Arturo Cirillo, interprete calibratissimo, su cui diremo), paterfamilia
fintamente premuroso, taccagno e alcolista, una carriera (fallita) di attore alle spalle e una notevolissima predisposizione all’alcool e all’avarizia; il minore Edmund, tisico e ribelle (Riccardo Buffonini offre una prova più che convincente, i due nella foto)); Jamie il primogenito (Rosario Lisma ne calibra perfettamente rabbia e depressione), dissoluto e puttaniere; Mary infine, la moglie, “bella e prosperosa” (almeno così si lascia illudere), il fantasma di un figlio
morto ad agitarle il cuore insieme al rimpianto di una vita che poteva essere ed è invece naufragata nella tristezza e nella droga: Milvia Marigliano, nei suoi panni, ondeggia perfettamente tra stati d’animo diversi e opposti, coniugando disperazione e apprensione materna, disincanto e logorroica leziosaggine.
In un clima sferzato da sospetti, da delazioni, da sfiducia reciproca – che Cirillo esalta con una regia essenziale – risale poco a poco, nel corso dell’atto unico, la “psicopatologia” dei rapporti familiari (una derobertiana tara
post litteram) e della loro impossibilità: un meccanismo cinico di autodistruzione dove a pesare è l’incapacità di azzerare le distanze.
In fondo, tutti i protagonisti monologano nella nebbia che a tratti pervade la scena (il momentaneo guasto della macchina per il fumo non sarà colpa della nuova direttrice?), agitano le loro aspettative frustrate e i loro ricordi – o meglio, brandelli di ricordi – in quella caligine che diventa appunto metafora di una solitudine intangibile, collante grumoso che li lega ma non li unisce: perché i loro dialoghi sono colluttazioni, perché sono singolarità che deflagrano a contatto, perché il loro legame è un abisso sul quale hanno la forza di scrutare senza però venirne fuori se non per rintanarsi nei propri camerini-loculi. Perché in fondo cambia la forma delle frustrazioni ma il
milieu della loro incubazione rimane l’anima nera della famiglia come istituzione, “dove la verità non è vera”: quella famiglia “made in America” che Arturo Cirillo aveva acutamente già scandagliato in “Zoo di vetro”
e “Chi ha paura di Virginia Woolf”. La sua regia è diretta ad impreziosire la parola sfoltendo la rappresentazione da ogni elemento che non sottolinei il paradosso della menzogna come verità, del Teatro come realtà. Forse anche per questo i quattro, tanto all’inizio quanto alla fine, sono di spalle, alle spalle lasciandosi ogni tentativo di ricomposizione e di incontro. Di spalle, per una stanchezza infinita, in un addio imperfetto e disperato che non si conclude.
Alla fine da una platea semi sonnolenta, uno spettacolo intenso e riuscito come questo raccatta – assai immeritatamente – applausi timidi, quasi sforzati: ed è un peccato. Oppure la dimostrazione di una vertiginoso, inaspettato senso di colpa.
cirillo

 

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