Finalmente è legge. Anzi, è nuovamente legge. La riforma delle Provincie è stata approvata per la seconda volta dall’Assemblea regionale, con 38 voti a favore (il blocco di maggioranza) e 19 contrari: i cinquestellini, Nello Musumeci e qualche altro della minoranza. Forza Italia e Pid hanno lasciato l’aula.

Si tratta della revisione della precedente normativa, già abbondantemente ritoccata rispetto a quella di partenza fortemente voluta dal presidente Crocetta.ars31

Questioni costituzionali e soprattutto un inedito braccio di ferro col governo nazionale, hanno fatto dilatare i tempi. Infatti nel frattempo era stata approvata la legge Delrio. Ebbene: la Sicilia è stata quasi costretta a fare alcuni passi indietro per adeguarsi.

Come sempre gli elementi di divisioni hanno riguardato punti politici e di potere. In breve, adesso col nuovo meccanismo, saranno i consiglieri comunali ad eleggere il Consiglio provinciale sulla base del “voto ponderato”, cioè proporzionale alla popolazione. Un po’ come i “grandi elettori”  negli Usa.

Ma rispetto a Roma, la Sicilia ha voluto distinguersi per un’altra piccola differenza:  il sindaco delle tre città metropolitane non sarà automaticamente lo stesso in carica, ma dovrà essere a sua volta eletto pure lui dai consiglieri comunali. E questa si chiama elezione di “secondo livello”. Non solo, ma né i sindaci, e neppure i consiglieri riceveranno un quattrino: sono già pagati dalle rispettive assemblee.

Uno smacco per Orlando, Bianco ed Accorinti. Non solo, ma l’aula ha bocciato col voto segreto (33 contrari e 29 favorevoli) un emendamento del Pd, al testo esitato dalla commissione Affari istituzionali, che trasferiva di diritto i sindaci delle tre città metropolitane.

Colto l’orientamento che circolava a Sala d’Ercole, i pidiini si sono ritirati in buon ordine votando disciplinatamente tutto il resto.

Furioso Nello Musumeci, che è stato per ben due volte presidente della Provincia di Catania: “Con questa legge – ha dichiarato –  avete mortificato, umiliato e oltraggiato lo Statuto siciliano. Da oggi in poi nessuno in quest’Aula ha più il diritto di rivendicare l’autonomia regionale, se non per difendere inconfessabili prerogative. Tanto vale abrogarlo lo Statuto. Questa legge è fra le peggiori votate dall’Ars in settant’anni. Nessun risparmio, nessuna garanzia per i dipendenti, maggiore isolamento per i sindaci e nessuna utilità per cinque milioni di cittadini. Avete creato una istituzione simulata, senza democrazia, perché la avete abolita. Affiderete a poche persone, al posto di quattro milioni di elettori, il compito di decidere i vertici dei Liberi Consorzi e delle Città metropolitane. Avete resuscitato le cordate tra i Partiti. Tra qualche mese vedrete i risultati disastrosi di questa finta riforma”.

Il Movimento 5 Stelle sottolinea soprattutto il conflitto istituzionale:  “Si doveva resistere davanti alla Corte costituzionale, andare a battere i pugni a Roma e non prostrarsi al governo nazionale che con i suoi tagli è stato il vero carnefice dei siciliani e dei dipendenti delle ex Province”.
Così il gruppo ha detto “no” alla legge istitutiva dei Liberi consorzi  “che – ha dichiarato il capogruppo Angela Foti – anche con i correttivi operati, purtroppo non cambierà la situazione dei lavoratori”.
“Questo governo – ha aggiunto – si è prostrato davanti al governo nazionale, umiliando questo parlamento e il nostro statuto. Ci auguriamo che questo non succeda più e che in futuro ci si presenti a Roma entrando dalla porta principale e non da quella di servizio”.
Dello stesso tenore l’intervento in aula del deputato Francesco Cappello che ha rimarcato l’esigenza di riconoscere al parlamento siciliano la dignità e l’autorevolezza che all’Ars il M5S riconosce e che il governo regionale invece gli nega. Il voto dei 14 deputati cinquestellini è stato comunque decisivo per bocciare la coincidenza tra sindaco metropolitano e sindaco del capoluogo. “Una norma – ha commentato Salvatore Siragusa – che avrebbe concentrato enormi poteri nella mani di una sola persona, con tutte le pericolose ed innumerevoli controindicazioni che la cosa avrebbe comportato”.

Prorogato intanto il commissariamento delle ex Province al 30 settembre. Il numero dei consiglieri varierà in base alla popolazione. Saranno 18 nelle Città metropolitane con più di 800 mila abitanti e 10 fino a 300 mila abitanti.

Importante novità: la legge elimina la funzione di organizzazione e gestione dei servizi in materia di smaltimento dei rifiuti e di depurazione delle acque quando i comuni non fossero in grado di provvedervi.

“Forse non è la miglior legge possibile, ma è comunque una buona legge – ha commentato il vicecapogruppo pidiino Giovanni Panepinto -. Stiamo rimettendo in moto un ente che dovrà rafforzarsi. Ed è una legge che rassicura i 6000 dipendenti delle ex Province, perché mantiene inalterate le funzioni assegnate agli enti da questo Parlamento”.

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