“’N fondo al dramma del Sud c’è questa nostra solitudine umana: ognuno di noi è debole poiché è solo; ed è solo poiché rifiuta di avere fiducia o speranza negli altri, poiché è orgogliosamente convinto di poterne fare a meno”. Pippo Fava.

Tutto comincia e finisce su quella “Renault 5” posteggiata di sghimbescio, alla catanese, a pochi passi dal Teatro Stabile, in un umida notte d’inverno del 1984. “Prima che la notte”, di Daniele Vicari, ripercorre la vicenda umana e professionale di Pippo Fava – quella che si schiude nell’arco di poco meno di dieci anni – a ritroso, proprio a partire dal suo assassinio, in quel tragico 5 gennaio, per mano di Maurizio Avola e Aldo Ercolano. Una circolarità narrativa che offre un esempio di cinema civile, dal taglio documentaristico, cui Vicari è sempre rimasto fedele, seppure l’incalzare dei tempi cinematografici non sempre rende giustizia di una vicenda così forte e così tragica.

E in effetti, sullo schermo di prima serata di mamma RAI, bisognava fare i conti con dieci anni di sangue e di silenzio, di poteri forti e collusi e, nello stesso tempo ritagliarne un lacerto per delineare anche il Fava padre di famiglia (Claudio Fava coautore con Michele Gambino del libro da cui il film è tratto, ha partecipato pure alla sceneggiatura, insieme a Monica Zappelli e allo stesso Vicari). Solo che questa necessaria compressione e la necessità di illuminare il protagonista, vanno incontro al rischio di temperare troppo la forza, la ferocia, le capacità organizzative e di collusione ad altissimi livelli della mafia catanese di quel decennio. Insomma quel milieu fondamentale su cui Pippo Fava agisce, opera e muore.

Se le vicende strettamente familiari – la figura della moglie Lina, la minuziosa ricostruzione della sua casa, il rapporto problematico con il figlio Claudio – sono esemplificate in maniera efficace, altri aspetti ci sono sembrati meno densi: la figura di Riccardo Orioles, per esempio racchiusa, quasi liquidata, dentro una sola battuta – “i suoi, Orioles, sono gli articoli di un uomo libero” – così come quelle della stesso “pugnu di carusi” (nel film l’atmosfera della redazione però ci è parsa più da “Notte prima degli esami”) con i quali Fava comincia l’avventura alla direzione del Giornale del Mezzogiorno (ma non era il “Giornale del Sud”?).

Sono quei “carusi” però (Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati, Rosario Lanza) a fare sempre le domande più scomode, quelle che irritano: cioè le domande giuste. Per questo, due anni dopo, Fava verrà licenziato e il quotidiano chiuderà i battenti. Seguiranno comunque Fava nella travagliata esperienza dei “Siciliani”, culminata nella storica e clamorosa copertina del gennaio 1983 con le accuse ai quattro Cavalieri del Lavoro: Costanzo, Finocchiaro, Rendo e Graci.

A mancare clamorosamente nel film è però proprio la città – anzi “la sindrome Catania” come la chiamava lui – quella corrotta, violenta e collusa: Catania dai cento morti ammazzati all’anno (non bastano certo alcuni fotogrammi in bianco e nero) ma dove ci sono solo banditi e mai “mafiosi”, la città del silenzio stampa del “Quotidiano di Catania” (e perché no “La Sicilia”?), Catania “arrusti, ammazza e mangia”, fossero polpette di cavallo o fette di anguria. Quella Catania “nera” e pappona, violenta e “cavaliera” che era stata spesso obiettivo del Fava giornalista più critico ed eversivo appare quasi evanescente, non fosse per uno scorcio di pescheria – nell’incipit – dove comprare “due sarde”.

Senza quella Catania la regia di “Prima che la notte” appare fin troppo rappresa, sì senza fronzoli, ma con un taglio troppo cronachistico: perdendo così la dimensione di un uomo destinato a diventare (per dirla a modo suo) un “punto cospicuo” e, nello stesso tempo, smarrendo lo spessore di un giornalista che aveva compreso che “il problema della mafia era di vertice, di gestione della nazione”. Da questo punto di vista “Prima che la notte” non va alla stessa velocità di Fava, orgogliosamente solo – come ricordò lui stesso in quell’ultima intervista – fino all’ultimo. Anche sul piccolo schermo: e Vicari avrebbe fatto bene a restituirci l’originale di “Film Story” il programma condotto da Enzo Biagi che accolse per l’ultima volta le denunce di Fava.

Il merito della regia invece è quello di aver schivato ogni “sicilitudine” cinematografica per addentrarsi invece in quella dell’uomo Fava: in quell’atteggiamento cioè inteso come coscienza infelice di un uomo che guarda all“irrinunciabile primato della verità” ma che al contempo ama le passioni terrigne: il calcio giocato, le passeggiate “a fera”, le granite di caffè. Lo scrittore e drammaturgo che della sua Catania voleva “celebrare la bellezza e il vizio, il fascino e il  fallimento, la risata carnale e le piaghe schifose”. E senza Fabrizio Gifuni (nella foto) questo non sarebbe stato possibile: e non solo per la somiglianza fisica col giornalista catanese. Gifuni ci restituisce un Fava autentico, non debordando mai nel “personaggio Fava” cui tanto teatro e troppa letteratura hanno spesso attinto e soprattutto distrugge l’immagine consolidata del giornalista d’inchiesta che si è sedimentata nell’immaginario italiano.

“Prima che la notte” rimane comunque una dignitosa opera civile che si è sforzata, tutto sommato riuscendoci, di non liricizzare Fava: per evitare forse – ma questo lo scriveva Danilo Dolci negli anni ‘60 per i suoi “Racconti siciliani” – che “la scoperta critica, il fondo delle reazioni di chi legge rischiassero di dissolversi in godimento estetico”.

pri

 

 

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