Una gabbia. Virtuale: dunque presentissima e attuale. Forse un labirinto, il nido di una follia geniale e imprevedibile, solitaria e nevrotica: quella di “Soggiornando vicino” che Turi Zinna (nella foto) ha estratto, nella coproduzione “Retablo” e “Zo”, dall’omonimo e vertiginoso racconto di Salvatore  Salemi, poeta e scrittore catanese, morto nel 1992 a Roma dopo essere stato abbandonato, solo e legato al letto, in una corsia del pronto soccorso psichiatrico del “Garibaldi”.

Coerentemente ad un testo inclassificabile negli ordinari canoni estetico-letterari, il lavoro di Turi Zinna – alla cui ideazione hanno collaborato Maria Piera Regoli e Federico Magnano di San Lio –  “Soggiornando vicino” (pubblicato nel lontano 1987 per i tipi della napoletana “L’Alfabeto Urbano”) è uno spettacolo omaggio a Salemi e si colloca all’interno di un personalissimo teatro di ricerca e di sperimentazione su cui Zinna è attento da tempo, nel quale il rapporto stesso con la fisicità dell’attore, con la filosofa della creazione e delle stesse singole parole che lo strutturano diventa gesto e suono, visione e grido, allucinazione e poesia: un “continuum” spazio-verbale in cui si coagulano i temi più intensi non solo della letteratura contemporanea ma soprattutto dell’esperienza “irregolare” di Salvatore Salemi: lo specchio, il doppio, la frantumazione dell’io, la nevrosi, la perdita dell’identità, l’autodistruzione, costituendo uno di quei testi fortunatamente sfuggito allo stesso autore che distruggeva metodicamente ogni suo scritto bruciandolo o regalandolo.

Recuperarli in parte è stato assai difficile: si deve solo alla perseveranza di alcuni amici – Gaetano Marcellino, Giovanni Miraglia e Marco Vespa – averne riportato alla luce alcuni, poi condensati in “Phil” dall’editore Mesogea nel 2007.

La performance è una densissima ma meticolosa improvvisazione sul testo di Salemi, un lungo assolo sull’inabissamento di un uomo che si mostra “nella sua nudità e inermità, fra terrore, gioia e solitudine”. Una vera e propria partitura jazz (una sorta di “Guignol’s band” celiniana?) lungo la quale Zinna, chiuso in un cubicolo reale-virtuale, avvia un processo di trasformazione nelle parole che scorrono e si sovrappongono su uno schermo in trasparenza, che stracciano il cielo e invadono ogni spazio e che l’interattività della scena digitale – a cura di Luca Pulvirenti e del laboratorio Mammasonica – contribuisce a rendere visivamente struggente e vivissimo grazie anche alla coraggiosa regia di Federico Magnano di San Lio.

Nell’“affannoso e vacuo pullulare di viventi” della parola poetica di Salemi, Turi Zinna alterna il lirismo – stralci quasi di un leopardiano islandese post-litteram – alla sperimentazione linguistica, a momenti di lucidità ed altri di follia e di delirio, anche in forma di lamentazione d’amore. Fedele alla lezione di Breton (direttamente evocato) il flusso coscienziale di Salemi-Zinna, dilaniato dai suoi “io”, si manifesta appunto “in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica” amalgamandosi coi rumori e le musiche di sottofondo, eseguite dal vivo da Fabio Grasso e Giancarlo Trimarchi a completare una performance ardua e terribile, delicata e sfuggente come la vita stessa di Turi Salemi. Il merito di Zinna non è soltanto quello di dare vita ad uno spettacolo ardimentoso e fuori dagli schemi ma di avere finalmente tratteggiato la figura del poeta catanese e scavalcato “quell’arte dell’oblio” che, per lo stesso Salemi, era “l’altra voce grondante violenza/ nella macelleria del quotidiano”.

Soggiornando

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