Sono lì, sfalsati sull’orizzonte della scena spoglia e scura (una sorta di minimale “classe
morta”), già ad apertura di sipario a ricordare, tra astrazione espressionista e memoria freudiana, la
crudele ed ineludibile finzione del Teatro nel Teatro. E’ un’immagine che si imprime netta quella
dei “Sei personaggio in cerca d’autore” di Luigi Pirandello che, con la regia di Michele Placido, ha
inaugurato la stagione dello Stabile etneo. Uno spettacolo dignitoso, privo di straordinarie
illuminazioni registiche ma senza nemmeno le cadute di stile che qualcuno ha voluto vedere,
condito dal piccante (ed esagerato) anticipo al flambè per l’abbandono di un primattore del calibro
di Pattavina, messo in fuga dai lacerti dialettali – in realtà solo “quattru sbrizzi” – inseriti dallo stesso
Placido. E non poteva essere altrimenti, nel teatrino che ha anticipato il Teatro.
Si, perché in effetti anche quella di Pirandello è per eccellenza una storia di abbandoni: del Padre
(lo stesso Placido che nei panni del co-protagonista appare a volte legnoso e dimesso) nei confronti
di una famiglia in cui non si riconosce; del Regista che abbandona il suo dramma (sul femminicidio:
e vabbè, mica da questi autori giovani si può pretendere il massimo dell’originalità…) per
rappresentare quello dei Sei personaggi che gli chiedono letteralmente vita; quello della stessa
Compagnia giovane che poco a poco “tradisce” il suo spettacolo per quello dei Sei: e Silvio
Laviano, proprio nelle vesti del Regista-capocomico è bravissimo a ricucire, lo strappo, per così
dire, sulla scena, con una interpretazione misurata e densa allo stesso tempo e a ricomporre su un
unico piano, con un viavai calibratissimo e mai intempestivo, non solo attori e platea ma soprattutto
il dramma che i suoi stanno svogliatamente provando con l’altro concreto e terribile: la vita che
vuole essere.
Sull’alternanza vero-verosimile, si ritagliano uno spazio assoluto sia la figura della Figliastra che
quella della Madre: alla prima Dajana Roncione offre una fiera e dolorosissima profondità, vero
punto di fuga di tutte le due ore di spettacolo; nella seconda Guia Ielo incarna con la sua assoluta
partecipazione la tragedia di una condizione di esclusione di solitudine.
Se l’incipit è vivace e concitato (grazie anche ai giovani e bravi attori della compagnia, tutti
catanesi), e ammicca al cabotinage dei mestieranti, al resto della rappresentazione fa seguito una
linearità (a volte stancante) tutta giocata tra i ruoli fantasticati – quelli degli attori – e i Sei
personaggi che si sentono, e sono forse, più veri e nei quali si riverbera ora l’eco dickiana dei
Replicanti ora la tensione fortissima della michelstaedteriana “Persuasione e Rettorica”: in fondo
sono loro a chiedere di essere, al di là della mera scrittura che li ha sì creati ma non assunti alla vita
vera e di “pendere” inesorabilmente verso la loro gravità.
Al di là delle tematiche consuete – la “miseria” del sesso; la trappola della famiglia e dei suoi
fantasmi; il “gancio” dei fatti a cui si rimane appesi – il rapporto arte-vita impone un suo preciso
spessore: quei Sei insomma possono solo essere se stessi – cioè autentici – solo abusando del loro
stesso ruolo: “noi siamo – precisano – un’altra cosa”.
Insomma, ogni verità “recitata” è solo “pulvis” (il volgar fumo che ogni tanto si spande un po’
troppo inspiegabilmente sulle scene?) e per le recenti vicende del Teatro Stabile, l’uomo del Kaos
non poteva essere scelta più inconsciamente metaforica. Il luogo della verità è sempre il
palcoscenico e per essere veri dobbiamo solo tentare di essere noi stessi, a tutti i costi: non si può
fuggire dal Teatro, come fa alla fine la Figliastra.
Perché la sua “stridula risata” continua a risuonare anche a sipario serrato. O almeno così potrebbe
essere, se vi pare.
La foto è di Antonio Parrinello.
personaggi

 

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